Mario Draghi ieri ha spiazzato tutti tagliando i tassi di interesse di un quarto di punto: i mutui a tasso variabile saranno i primi a beneficiare di questa decisione. Il tasso di interesse per le operazioni di rifinanziamento principali presso la Bce è sceso all'1,25% (dall'1,50% stabilito lo scorso luglio); quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale all'1,25% e quello sui depositi presso la Banca centrale allo 0,50%.

Le operazioni di rifinanziamento principali sono quelle che forniscono gran parte della liquidità necessaria al sistema monetario dell'euro: abbassare i tassi ufficiali, dunque, significa rendere più accessibile il credito, a tassi più convenienti, a famiglie e imprese, dando nuova linfa vitale all'economia. Ma non solo. I benefici ci sono, in primis, per le banche e anche per gli Stati.

Il periodo di forte crisi economica, alimentata dal debito sovrano, che sta pervadendo le banche dei Paesi sotto osservazione per il rischio default – Grecia in prima linea, ma anche Italia e Spagna – rende più difficile e costoso il processo di autofinanziamento, perché sono presenti elevate quantità di titoli di Stato considerati a rischio insolvenza. L'aumento dello spread sui nuovi mutui e sui prestiti alle imprese, oltre ad un rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, è stato tra gli effetti di questa difficoltà. Quali saranno, dunque, gli sviluppi possibili aperti dal taglio dei tassi di interesse?

La decisione presa dal neo presidente della Banca centrale europea avrà effetto diretto sui mutui indicizzati Bce: su un mutuo ventennale, il risparmio mensile dovrebbe ammontare  a poche decine di euro al mese; medesima situazione per i finanziamenti a 30 anni. La maggior parte dei mutui stipulati dagli italiani, però, è indicizzata all'Euribor, ragion per cui gli effetti di questo taglio si sentiranno solo nel lungo termine. Per quanto riguarda i nuovi mutui, invece, molto dipenderà dallo spread applicato dagli istituti bancari.

Le tensioni relative alla raccolta bancaria, nell’ultimo periodo, hanno peggiorato anche le condizioni dei prestiti alle aziende, e la mossa della Bce dovrebbe dare una boccata d'ossigeno anche agli istituti dell'Eurozona, facilitando l'accesso al credito da parte delle imprese.

L'euforia del momento, però, potrebbe trasformarsi in una bolla di spone: i tassi d'interesse pagati da imprese e famiglie italiane, spagnole, portoghesi, irlandesi e greche non dipendono più tanto dai tassi ufficiali della Bce, ma da come gli investitori percepiscono il rischio dei loro Stati. Il timore è che l'effetto del taglio dei tassi possa essere concreto solo nella metà "forte" dell'Europa. Per i Paesi in difficoltà, che complessivamente rappresentano il 36,5% del PIL dell'area euro, la mossa della Bce rischia di rivelarsi neutra.