Parlare di finanza etica non significa solo interessarsi di green economy, di aziende furbette e di aziende lodevoli, di politiche pro dipendenti o meno, ecc, significa anche capire se la sostenibilità socio-ambientale  può  generare profitto e sviluppo per tutti. Se ne parla in convegni e conferenze, si organizzano premi  e competizioni, ma rimane un dolce pensiero a metà quando si vuole passare dalle idee ai fatti. In tale contesto si inserisce il social business e nella manifestazione originaria il social venture capital, ovvero la predisposizione di capitali di rischio per imprese ad alto valore ambientale e sociale.

Il capitale di rischio sociale è una forma di capitale di rischio a supporto delle imprese ritenute socialmente e ambientalmente responsabili; a tal proposito ci si riferisce solitamente  al debito, all’equity o al mezzanine finance. Il fenomeno delle start up è  il punto di partenza per molti giovani imprenditori. Ogni anno in America ad esempio,  le start up creano 3 milioni di posti di lavoro contro la perdita di 1 milione di posti in imprese tradizionali.

A tale mercato è dedicata la task force sulle startup innovative del ministro Passera, punto importante dell’agenda di Governo per rilanciare la stagione di riforme. Si tratta di un fenomeno che non interessa solo il pubblico, ma che ha forti radici nel settore privato e nel cosiddetto “terzo settore”, il non profit. Il ruolo di fondazioni bancarie, grandi imprese, banche, high net worth individuals è di vitale importanza  per dare seguito  al social business in Italia.

Le strategie da adottare sono molteplici: la creazione di fondi ad hoc, lo stanziamento di risorse pubbliche sulla falsa riga inglese dei social impact bond oppure tramite lo sviluppo del crowdfunding. La fase di partenza (early stage) è  sempre la più difficile se si pensa all'elevato tasso di mortalità delle nuove idee imprenditoriali e quindi necessita di bassi costi di intermediazione e di una fase di incubazione magari col sostegno pubblico.

In fase postuma una buona iniziativa potrebbe essere quella dell'abbattimento del peso fiscale annullando la tassazione sugli utili non distribuiti e successivamente abbattendo il carico fiscale sul capital gain. A seguire, a livello normativo, necessita una revisione del decreto 118/05 e un riconoscimento del modello di impresa sociale (modello a metà  tra profit e non profit). Una volta avviata la start up sociale è di importanza vitale valutare gli effetti sociali del business e quindi pensare ad un modello di rendicontazione riconosciuto e infine porre attenzione al momento dell'exit.

L'ostacolo all'uscita e la scarsa liquidità  dell'investimento potrebbe tenere lontani investitori importanti, allora si rende obbligatorio un mercato secondario efficiente che favorisca la negoziazione come potrebbe essere a tutti gli effetti la Borsa sociale, un vero e proprio stock exchange in grado di favorire l'Ipo di social business. La sfida è aperta, imprenditori e investitori unitevi.